La nostra Storia

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“Bisogna essere pazzi o avere buoni motivi per……..” con queste parole Marco Paolini iniziava il monologo dello spettacolo che Mario Brunello e l’Orchestra d’Archi Italiana hanno proposto nella stagione di concerti 2000 a Torino Milano e Castelfranco Veneto. Potrei iniziare con quelle stesse parole il racconto della nostra storia, quella dell’orchestra d’archi italiana.

Chi era presente allora ricorda sicuramente le prime prove: tra il magico e il grottesco! Avevamo trovato posto tra manichini e scatoloni di shampoo-gel e asciugacapelli imballati, in un magazzino seminterrato di un trico-shop. Possiamo ben dire che sia stato un inizio underground e così è rimasto a lungo anche se le condizioni sono effettivamente migliorate. Un inizio da carbonari, come direbbe un caro amico, è vero!

In effetti cospiravamo contro un sistema che fa sì che prima si trovino i denari, poi i concerti, i musicisti e da ultimo si inizi a studiare, a provare. Tutto ciò corrisponde ad una severa e indiscutibile legge di mercato, ma la nostra voleva essere una storia un po’ diversa. Ecco perché bisognava forse essere un po’ pazzi; sapevamo che qualcuno aveva già provato e anche fallito ma credere nella sfida era il solo punto di forza.

Forse questa è la parola chiave e che personalmente mi sta più a cuore: la sfida, il tentare qualcosa solo perché ci si crede sinceramente e profondamente senza aver nessuna garanzia precostituita di un risultato. Correva l’anno 1994 – ormai secolo scorso – ed a quei tempi la Serenissima pullulava d’orchestre variopinte e l’entroterra non era da meno. Il patto di fondazione del nostro gruppo era dunque studiare senza scadenze per vedere fin dove si poteva migliorare. Mario è stato scelto come preparatore /direttore perciò a lui spettava il compito di valutare gli eventuali progressi ed il livello raggiunto. Così passavano i mesi con prove, prove e ancora prove.

Il primo programma includeva il concerto in do per violoncello di Haydn e le Antiche Arie e Danze di Respighi. I pezzi però erano un pretesto musicale perché la parte più importante della prova era lo studio sistematico basato su esercizi per l’arco e scale per l’intonazione. Il modello di riferimento era il quartetto d’archi e perciò il primo principio musicale assunto non poteva che essere quello dell’ascolto reciproco e costante. In quartetto ciò è vitale perché non c’è musica che possa svilupparsi se le “quattro persone non discutono ascoltandosi”.

Nell’orchestra d’archi, multiplo di un quartetto, questo problema è ulteriormente aggravato dal fatto che ogni elemento non può dialogare liberamente se non facendo gruppo con gli strumentisti della propria fila. Queste forze apparentemente contrastanti cioè il dovere di coesione, il dovere di ascolto reciproco e la libertà di espressione sono alla base di un discorso musicale d’insieme; forse l’aver iniziato con un concerto solistico – il concerto di Haydn – ha costituito un’importante palestra per imparare ad ascoltare tutti la stessa voce che in quel momento era super partes. Così sono trascorsi i mesi e il primo anno di studio. Nel frattempo avevamo trovato una soluzione per le prove: una fondazione ci metteva a disposizione una villa della Marca trevigiana – Villa Benzi di Caerano S.Marco – in cui la bellezza del luogo si fondeva con la gentilezza delle persone che ci davano ospitalità. Il tempo passava e passavano anche le persone nel senso qualcuno desisteva e abbandonava il gruppo.
Ho un ricordo nitido del momento in cui, dopo un anno e più di studio, una sera abbiamo chiesto a Mario di fare il punto ed esprimere un giudizio sull’andamento dello studio e i risultati raggiunti:

“Bene, sì, bene ma……; beh, forse un altro anno di studio è necessario.”
E così abbiamo cominciato a programmare una lunga serie di pezzi da mettere in cantiere; lo studio durava un paio di mesi e alla fine c’era un collaudo in pubblico del programma nell’Auditorium della stessa Villa Benzi. Proseguiva ovviamente il lavoro sistematico sul suono, sull’intonazione, e diventava sempre più considerevole il repertorio dell’Orchestra d’Archi Italiana.
Mario ha scelto sempre pezzi che fossero di grande importanza per la crescita del gruppo, piuttosto che percorrere le strade maestre del repertorio d’obbligo per questa formazione. Direi che su questa linea si riconoscono le scelte dei quartetti – eseguiti in versione originale – da Beethoven a Shostakovich passando per Schubert, Schumann, Verdi. Un punto nodale è rappresentato certamente dallo studio della Grande Fuga op.133 di Beethoven smontata e ricomposta centinaia di volte in fase di studio, ma il nostro repertorio propone un panorama di composizioni che vanno dai classici Divertimenti di Mozart (con incursioni nel “tempio” delle opere di Bach) agli autori contemporanei passando con grande attenzione per il Novecento storico: Schoenberg, Webern, Stravinskji, Shostakovich, Hindemith.

Eseguiamo spesso lavori d’autori contemporanei e li proponiamo liberi da pregiudizio assieme ad altra musica perciò Sollima dopo Mozart o Boccadoro dopo Bizet piuttosto che Gubajdulina accanto a Strauss.
Qualche autore comincia a dedicarci sue composizioni, come A. Solbiati, e ci inorgoglisce pensare che qualcuno componga pensando alle nostre peculiarità.

Possiamo considerare concluso il primo periodo di esistenza dell’orchestra – se vogliamo, la gestazione – con l’inizio della prima “stagione” organizzata e programmata al Teatro Comunale di Treviso. Fino a quel momento c’erano state solo occasionali presenze sulla scena italiana e solo da quel momento, va rilevato, l’orchestra comincia a percepire un cachet. E’ vero, non è pubblicità, i primi anni abbiamo studiato gratuitamente; forse a qualcuno potrebbe sembrare scontato o a qualcun altro scandaloso ma questa è la semplice verità.
Ora la sfida è vivere, non sopravvivere.

P. Serafin

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